L'epigrafia
Le lastre di chiusura delle tombe in genere presentavano il nome del defunto, inciso oppure dipinto; altra variante poteva essere costituita dalle cosiddette “iscrizioni a nastro”, incise con una punta sulla malta che fissava la lastra di chiusura, quando questa era ancora fresca. Le iscrizioni più antiche sono molto semplici ed estremamente sintetiche, tanto che, per esse il grande archeologo romano Giovanni Battista de Rossi coniò l’espressione di “laconismo arcaico”.
L’iscrizione si limitava al semplice nome del defunto, in unione o meno a qualche formula augurale o ad aggettivi di commiato oppure qualitativi del tipo pax, pax tibi, in pace, pax tecum, dulcis, dulcissimus, a cui si affidava la trasmissione del carattere cristiano del testo, talora sottolineato dal ricorso a semplici elementi simbolici, quali l’ancora di salvezza o il pesce eucaristico.
Non mancano iscrizioni in lingua greca: anzi, è noto che a Roma, soprattutto nel III secolo, la comunità cristiana è in prevalenza di lingua greca. Una testimonianza assai rilevante di tale aspetto linguistico sono gli splendidi epitaffi greci della Cripta dei Papi, esempi, nella loro estrema sobrietà, di eleganza e monumentalità: essi presentano il nome del pontefice, seguito dall’abbreviatura per troncamento della parola greca “vescovo” (episcopos), e, in alcuni casi, dalla sigla composta dalle sole consonanti della parola greca “martire” (mi rho tau).