L’Osteria Bianca, ancora oggi parzialmente visibile sulla via Casilina, era una famosissima stazione di posta per i viandanti che percorrevano la via tra Roma e Napoli. Interessante e significativa la tradizione che si tramanda su questa osteria e di cui si riporta un brano significativo.
Sulla Casilina a poco più di un chilometro dal bivio con la Carpinetana nuova verso Anagni, sulla destra si vedono le rovine di alcuni fabbricati: una lunga casa, una chiesa, un fienile. Sono i resti di una stazione di posta una volta molto nota e conosciuta da tutti quelli che percorrevano la via Casilina da Roma a Napoli. Si chiamava l'Osteria Bianca perché gli antichi proprietari imbiancavano costantemente con la calce le sue mura esterne; questo materiale non era di difficile approvvigionamento poiché vi si fermavano tra gli altri, per il classico bicchier di vino, anche i conducenti dei carri che trasportavano la calce dalle rinomate fornaci di Segni verso Anagni e gli altri paesi della Ciociaria. Una zolla per carro non era niente, ma alla fine del mese ce ne era un bel po' nella fossa della calce spenta...
Il suo biancore risaltava da lontano sullo sfondo verde degli alberi e rappresentava, per il viandante, un'oasi di riposo o di calorosa accoglienza nel mezzo della regione deserta. La domenica mattina un sacerdote, che veniva a cavallo da Segni, celebrava la messa nella chiesuola attigua.
Si raccontava che al tempo di Pio IX il boia Pontificio, ogni tanto, andasse a Frosinone per le esecuzioni capitali dei condannati dai severi tribunali di allora. Era soprannominato Mastro Titta e, partito in mattinata da Roma con una diligenza speciale, arrivava verso sera all'Osteria Bianca dove cenava e pernottava in una camera che era riservata a lui. Solo dopo che se erano andati via tutti, all’infuori del suo confessore che portava sempre con sé, si toglieva il cappuccio che gli ricopriva completamente il volto e ciò perchè, si diceva, nessuno potesse riconoscerlo. La mattina dopo, per tempo, il suo confessore celebrava una messa nella chiesa accanto, gli impartiva la comunione e lui, così purificato nello spirito, risaliva in carrozza e partiva per Frosinone dove, giungendo puntuale all'ora fissata per l’esecuzione, purificava questa terra dal male.
I maligni affermavano che il proprietario dell’Osteria Bianca, non potendosi opporre a queste visite periodiche di Mastro Titta, per purificare a sua volta l'ambiente, passava una mano di calce dappertutto. Perciò l’osteria era cosi bianca!
Il fatto è che il posto, trovandosi a una giornata di viaggio da Roma, tempo calcolato naturalmente in base ai mezzi di trasporto di quei tempi e alla praticabilità delle strade bianche di allora, faceva molti affari, ed era talmente noto da essere citato perfino nelle carte geografiche.
L’ultimo boia, o Mastro di Giustizia, che si “onorò” di servire il governo Pontificio di Pio IX, fu un tale Giova Battista Bugatti.